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Beauty Sleep: Cosa ci rende più attraenti?

Esistono innumerevoli strategie più o meno efficaci per cercare di migliorare il nostro aspetto e sembrare più attraenti. E’ possibile, ad esempio, ricorrere ai cosmetici, alle creme per il viso, ai trucchi ma anche ai famosi rimedi della “bio-nonna”, le famose fette di cetriolo per avere un volto più disteso e ridurre le rughe. A volte, però, come diceva Exupery, “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Se ci soffermiamo un attimo a pensare, abbiamo tutti a disposizione un metodo gratuito, efficace e, come viene ampiamente discusso nella letteratura scientifica,  capace di garantire un ampio spettro di benefici: il sonnoGli anglosassoni riassumono questo concetto con l’espressione Beauty Sleep, “sonno di bellezza”, definito dal Cambridge dictionary come “il sonno di cui si ha bisogno per avere un aspetto sano e attraente”.

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Cosa dice la letteratura scientifica?

La conferma sperimentale dell’efficacia del Beauty Sleep ci viene fornita da uno studio[1] svedese realizzato da un team di neuroscienziati e pubblicato nel 2010 sul British Medical Journal (BMJ).  Il lavoro  intitolato “Beauty Sleep: experimental study on the perceived health and attractiveness of sleep deprived people” si pone come obiettivo quello di esplorare Il ruolo che il sonno gioca nella percezione che gli altri hanno di noi.  Come evidenziato dai ricercatori, “il sonno ha effetti ben consolidati sulle funzionalità fisiologiche, cognitive, comportamentali e sulla salute a lungo termine, ma il suo ruolo nella percezione sociale, come ad esempio l’apparire agli occhi degli altri più attraenti ed in salute è a lungo rimasto un semplice aneddoto”.

Come veniamo percepiti dagli altri?

Come sappiamo, Il viso è la prima fonte di “social signalling”, attraverso di esso vengono infatti inviati i primi segnali che ci permettono di acquisire informazioni sugli altri. Basti pensare a come le espressioni facciali, come un sorriso o uno sguardo possano rivelare un certo stato d’animo.  

Per quanto riguarda il riposo, invece, è noto che un sonno corto o disturbato ed uno stato di affaticamento costituiscono un reale fattore di rischio sia per la salute che per la sicurezza.

Ma come influisce il sonno sulla percezione che gli altri hanno di noi?

 

Allo scopo di chiarire la relazione esistente tra la privazione del sonno e la percezione di un osservatore esterno in termini di stanchezza, stato di salute e di attrattività,  i ricercatori hanno chiesto a 65 osservatori inesperti di valutare, per ciascuno di questi tre fattori, in una scala analogica visiva da 0 a  100,   i volti di 23 persone fotografati in una condizione di riposo adeguato, ossia dopo aver trascorso una normale notte di sonno (8 ore) ed in una condizione di scarso riposo (una notte di sonno ridotto seguita da 31 ore di veglia).  

Gli individui che avevano dormito poco sono stati mediamente percepiti come meno sani (score: 63 vs 68), più stanchi (score: 53 vs. 44) e meno attraenti (score: 38 vs. 40)

 

Fig. 1 Rappresentazione grafica dei dati riportati nello studio di Axelsson, J. et al[1].

L’analisi statistica dei dati ottenuti ha quindi permesso agli studiosi di concludere che  gli individui privati del sonno vengono normalmente percepiti come meno attraenti (-4%), meno sani (-6%) e più stanchi (+ 19%) rispetto ad una condizione di riposo adeguato. Inoltre, lo studio ha messo in luce il fatto che quella che viene definita dagli studiosi come “sleep history”, cioè Il livello della “nostra batteria”, origina segnali socialmente rilevanti che forniscono informazioni importanti sul nostro status.

In conclusione, la qualità e la durata del nostro sonno influenzano non solo il nostro stato di salute ma anche la percezione che gli altri hanno di noi, costituendo un importante fattore di impatto su diversi livelli della percezione interpersonale. 

Ricordiamoci allora, sempre, che chi bello vuole apparire… bene deve dormire!

Bibliografia

[1] Axelsson, John et al. “Beauty sleep: experimental study on the perceived health and attractiveness of sleep deprived people.” BMJ (Clinical research ed.) vol. 341 c6614. 14 Dec. 2010, doi:10.1136/bmj.c6614

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